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Questione di geni

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Il genio si paga. E’ una questione di geni. Adelphi ha pubblicato di recente “Il pollice del Violinista” di Sam Kean. Il titolo non poteva non attirarmi. Il titolo italiano, complice la severa copertina della Biblioteca scientifica della casa editrice milanese, perde in copertina il bel sottotitolo originale: “And other extraordinary true stories as written by our DNA”. Ma lo riconquista all’interno del volume con ancora maggiore ispirazione poetica. In italiano diventa infatti “e altre storie perdute d’amore, di guerra e di genialità narrate dal nostro codice genetico”. Non male. Di guerra la citazione è per Tsutomu Yamaguchi, ingegnere ventinovenne, sopravvissuto a entrambe le atomiche, prima a Hiroshima dove si trovava per lavoro, poi nella sua Nagasaki. Ma visto che questo blog si occupa di musica e non di guerra (le due cose in realtà hanno tanti punti in comune che, qui e adesso, non vale la pena sfiorare l’argomento), meglio rivolgersi al genio. E il genio è il violinista il cui pollice dà il titolo al libro: Niccolò Paganini. Kean si era già misurato da ragazzo con uno strumento musicale, il clarinetto, ma aveva dovuto concludere: “le mie dita non erano in grado di fare quello di cui erano capaci le dita delle clarinettiste più bravi”. Solo tempo dopo ha scoperto “la storia di Niccolò Paganini, un violinista talmente dotato che per tutta la vita dovette allontanare le voci ricorrenti che avesse venduto l’anima al diavolo, in cambio del proprio talento”. Il diavolo però aveva un altro nome: “Si sa ora che Paganini aveva stretto un patto con un padrone più sofisticato, il suo Dna. Quasi certamente era venuto al mondo con un’anomalia genetica che gli aveva donato dita straordinariamente flessibili. I suoi tessuti connettivi erano come di gomma: poteva divaricare il dito mignolo ad angolo retto rispetto al resto della mano. Poteva anche allargare a dismisura l’apertura della mano, un vantaggio inestimabile nel suonare il violino”.
Evviva! Eh no, evviva un corno (immagino non ci si riferisca allo strumento musicale con questa espressione). La sindrome diagnosticata a Paganini non faceva di lui un antesignano dei fantastici quattro. Tutt’altro, il musicista pagò a duro prezzo l’anomalia genetica che gli è stata diagnosticata ex post, visto che gli provocò dolori insopportabili e una progressiva inabilità.
La malattia genetica che si ritiene avesse esaltato ed afflitto il genio di Paganini è la sindrome di Marfan. Nell’elenco di musicisti che sarebbero stati colpiti da questa sindrome c’è anche un altro autore “impossibile”, ovvero Sergei Rachmaninov, anche se in questo caso le certezze sembrano minori. Viene citato anche John Taverner, l’autore di The Whale, non l’omonimo musicista rinascimentale. Ma ce ne sono anche altri.
Allora è tutto una questione di geni maledetti? Certamente no. Basterebbe ricordare tutti i musicisti che non hanno avuto la stessa sindrome, ma ancora di più che essa viene attribuita anche ad Abramo Lincoln e Osama Bin Laden.
“In Paganini la passione per la musica si accompagnava a un corpo perfettamente accordato per trarre vantaggi dalle sue imperfezioni”. Kean che non è un “determinista”, non esaurisce tutto nel DNA, come una sorta di carta del cielo natale di un astrologo. E senza una passione, un’educazione, incontri decisivi (tra cui l’aver ricevuto a venti anni il violino, attualmente conservato a Genova, sua città natale, che porta il nome de Il Cannone, un Guarnieri del Gesù che lo accompagnò per tutta la vita) , le mani straordinarie non sarebbero state altro che un segno di disabilità. Il testo peraltro dedica a Paganini poche righe, il resto è un brillante testo di divulgazione scientifica che vale la pena leggere.
Tornando invece al nostro discorso, è la musica, studiata, amata, praticata a fare il musicista e non le deviazioni genetiche.